La mattinata di sabato 25 ottobre della XXXIV Rassegna del Mare a Trapani si è aperta con una tavola rotonda di grande attualità e respiro strategico: “Energia pulita da fonti rinnovabili offshore: un’incredibile occasione per la generazione di nuovi posti di lavoro al Sud”. Il dibattito ha posto al centro l’urgenza e le opportunità legate alla transizione energetica, con particolare attenzione allo sviluppo dell’eolico marino e delle altre tecnologie rinnovabili off-shore. Un settore in piena espansione, che potrebbe rappresentare un volano di crescita sostenibile e occupazionale per il Mezzogiorno, trasformando le coste del Sud Italia in protagoniste della nuova economia verde. Nel corso della tavola rotonda, esperti, amministratori, ricercatori, tecnici e rappresentanti del mondo imprenditoriale (Terna, Edison e società interessate) hanno affrontato i nodi chiave di questa sfida: dalla pianificazione spaziale marittima alla sostenibilità ambientale, dal coinvolgimento delle comunità locali alla formazione di nuove competenze professionali.
Ad aprire la tavola rotonda è stato Domenico Coiro, docente dell’Università di Napoli Federico II di Napoli e presidente di SeapowerScar, nonché membro del Comitato Scientifico di Mareamico. Nel suo intervento ha evidenziato la necessità strategica di creare veri e propri “corridoi energetici” che colleghino il territorio nazionale, piuttosto che puntare solo alla realizzazione isolata di parchi eolici offshore. Senza un’infrastruttura integrata e interconnessa, ha sottolineato, il potenziale delle rinnovabili marine rischia di restare inespresso. Coiro ha ricordato come l’Italia sia alla vigilia di uno sviluppo imponente nel settore dell’eolico marino, con oltre 100 gigawatt di potenza in fase di progettazione e sviluppo, un’opportunità che potrebbe trasformare il Mezzogiorno in un hub energetico strategico per il Paese. I numeri parlano chiaro: solo in Sicilia, la costruzione di un parco offshore potrebbe generare oltre 6.600 posti di lavoro a tempo pieno nei sei anni di cantiere, a cui si aggiungerebbero altri 680 occupati stabili per i 25 anni successivi di gestione e manutenzione dell’impianto. In termini economici, il risparmio energetico complessivo per l’isola potrebbe aggirarsi intorno ai 3 miliardi di euro lungo tutto il periodo di concessione.
Roberto Bardari, componente della Commissione Via del Mase, ha portato al tavolo una visione lucida e concreta sul ruolo crescente delle rinnovabili offshore nel panorama energetico nazionale. Il suo intervento ha evidenziato l’enorme volume di investimenti previsti nel settore, con oltre 61 miliardi di euro già in programma per 26 impianti eolici offshore attualmente sottoposti a richiesta di autorizzazione. L’ing. per l’Ambiente e il Territorio ha chiarito come, in assenza di un impianto normativo strutturato e aggiornato, la Commissione si affidi ai decreti e alle linee guida vigenti come principi guida imprescindibili, definendoli “la nostra stella polare” per garantire trasparenza, coerenza e responsabilità nel processo di valutazione. Particolare rilievo è stato dato all’attenzione all’ambiente, che rappresenta – ha sottolineato – un punto fermo e non negoziabile. La sfida, oggi, non è solo tecnologica o economica, ma anche culturale e normativa: mancano ancora riferimenti legislativi specifici per l’eolico offshore, e proprio per questo motivo, ogni progetto viene esaminato con estrema cautela, valutando non solo l’impatto visivo o acustico, ma anche le interazioni con gli ecosistemi marini, la fauna, le rotte migratorie e le attività locali come pesca e turismo. In un momento storico in cui la transizione energetica si gioca sul mare, Bardari ha evidenziato quanto sia fondamentale procedere con uno sviluppo ordinato, sostenibile e partecipato, che non sacrifichi la tutela del territorio e del patrimonio naturale sull’altare della velocità o del profitto.
L’Ammiraglio Aurelio Caligiore, membro della Commissione Via del MASE, ha espresso un pensiero critico ma costruttivo sull’assetto istituzionale attuale, manifestando sorpresa per l’assenza di una rappresentanza più incisiva da parte delle istituzioni regionali. In un passaggio significativo del suo intervento, ha definito il momento che stiamo vivendo come una vera e propria svolta epocale, sottolineando che la transizione verso l’energia pulita non è più una prospettiva, ma una realtà già in atto. Secondo Caligiore, l’Italia non può permettersi di restare indietro, soprattutto quando esistono già modelli virtuosi da cui prendere ispirazione. Ha citato come esempio virtuoso il Mare del Nord, dove l’individuazione delle aree idonee all’installazione dei parchi eolici offshore segue un approccio metodico, programmato e multilivello, capace di tenere insieme esigenze energetiche, ambientali e socio-economiche.
Il professor Alberto Basset, docente dell’Università del Salento, ha offerto uno spunto scientifico di grande rilevanza, sottolineando quanto sia ormai imprescindibile integrare la transizione energetica con una profonda consapevolezza ecologica. La costruzione di impianti eolici offshore, ha spiegato, non può prescindere da un’attenta valutazione dell’impatto sugli ecosistemi marini, considerando tanto le potenziali criticità quanto gli effetti virtuosi che tali infrastrutture possono generare nel tempo. Tra gli strumenti più avanzati oggi a disposizione dei ricercatori, ha citato la telemetria acustica, una tecnologia all’avanguardia che consente di monitorare gli spostamenti e i comportamenti della fauna marina nel proprio habitat naturale. Il sistema prevede l’uso di microtrasmettitori – applicati con tecniche non invasive ad alcune specie – che emettono segnali sonori captati da ricevitori installati sui fondali. Questi dispositivi registrano informazioni come identificativo, data e ora, creando così mappe dettagliate dei movimenti e delle interazioni degli animali.
Questa mole di dati – ha sottolineato l’ecologo di UniSalento – è essenziale per comprendere le dinamiche ecologiche e permette non solo di valutare l’impatto di nuove installazioni, ma anche di progettare misure di mitigazione e tutela. Conoscere il comportamento degli organismi marini in tempo reale significa poter adottare scelte più responsabili, che coniughino sviluppo tecnologico e conservazione della biodiversità. In un’ottica di economia blu sostenibile, strumenti come la telemetria acustica rappresentano una chiave strategica per guidare le politiche di pianificazione dello spazio marittimo, assicurando che la crescita energetica non avvenga a discapito della ricchezza naturale dei nostri mari e dei relativi ecosistemi.
Marco Marcelli, docente dell’Università della Tuscia, ha posto l’accento sul ruolo cruciale della tecnologia nella comprensione del mondo sommerso, ricordando come gran parte degli oceani (comprese le acque del Mediterraneo) resti ancora oggi un territorio sconosciuto. Secondo le stime, solo il 4-5% dei fondali marini è stato realmente esplorato e studiato in profondità: un dato che fotografa l’enorme margine di conoscenza ancora da colmare. Per il biologo marino e oceanografo, l’impiego di strumentazioni scientifiche avanzate è l’unico mezzo per indagare a fondo la composizione, le dinamiche e l’equilibrio degli ecosistemi marini, così da guidare scelte consapevoli in materia di pianificazione ambientale e sviluppo sostenibile. In questo scenario, l’energia da fonti rinnovabili offshore, e in particolare l’eolico marino, si profila come una delle soluzioni più promettenti, non solo per diversificare il mix energetico, ma anche per ridurre l’impronta carbonica e rispondere alle sfide del cambiamento climatico.
Antonio Mazzola, docente emerito dell’Università di Palermo e membro di CONISMA, ha sottolineato come la pianificazione dello spazio marittimo sia oggi una delle sfide più complesse e urgenti, soprattutto in contesti geograficamente e politicamente sensibili come l’Adriatico, dove le giurisdizioni marittime di diversi Paesi si sovrappongono e il diritto del mare diventa particolarmente articolato. Secondo Mazzola, è impensabile affidare lo sviluppo dell’eolico offshore a iniziative isolate o frammentarie: serve un coordinamento sovranazionale, capace di definire regole comuni, condivise e stabili, che garantiscano sostenibilità, equità e trasparenza. In questo contesto, ha auspicato la nascita o il rafforzamento di un’autorità centrale con competenze tecniche e decisionali, che possa fungere da interlocutore autorevole tra governi, imprese, enti scientifici e comunità locali. Il professore ha anche evidenziato alcune criticità tecniche non ancora superate, come l’ancoraggio degli impianti in fondali profondi e la disomogeneità nella distribuzione delle installazioni offshore, che rischiano di generare squilibri territoriali o conflitti d’uso. Da qui l’appello alla necessità di un confronto strutturato e continuo tra tutti gli attori coinvolti, per trasformare le sfide in opportunità reali di sviluppo sostenibile. Solo attraverso una regia unitaria e visione a lungo termine – ha concluso – sarà possibile conciliare innovazione, tutela ambientale e coesione tra i territori.
Leonardo Damiani del Politecnico di Bari e presidente del Comitato Scientifico di Mareamico, ha posto l’accento su una questione spesso trascurata ma centrale nello sviluppo dell’eolico offshore: la dimensione logistica e infrastrutturale. L’ing. Damiani ha spiegato che la realizzazione dei parchi eolici in mare non può prescindere da un’attenta pianificazione delle attività a terra, dove si concentrano operazioni strategiche come l’assemblaggio, lo stoccaggio e il trasporto dei componenti. Tuttavia, ha fatto notare che non tutte le aree costiere dispongono di piazzali adeguati, sia per dimensione che per durata d’uso, e che spesso i costi di affitto o adattamento di questi spazi rendono l’intera filiera poco competitiva. Altro nodo critico è il trasporto via mare delle strutture: turbine, pale e piattaforme richiedono l’impiego di navi altamente specializzate, in grado di operare solo in porti profondi e tecnicamente attrezzati. In questo senso, Damiani ha denunciato la scarsa disponibilità di infrastrutture portuali idonee nel Sud Italia, una carenza che rischia di rallentare o ostacolare l’intero processo di transizione energetica. Per superare queste criticità, ha auspicato un piano nazionale di adeguamento e potenziamento portuale, che sappia anticipare le esigenze future della blue economy e accompagnare lo sviluppo dell’eolico offshore con investimenti strutturali mirati e sinergici. Solo così – ha concluso – sarà possibile cogliere fino in fondo le opportunità occupazionali ed economiche di questa rivoluzione verde.
Il prof. Fabio Pasquale Filianoti, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ha riportato l’attenzione sul cuore della sperimentazione ingegneristica: i laboratori di modellazione fisica, fondamentali per lo sviluppo e la sicurezza degli impianti eolici offshore. Il professore ha spiegato che diversi centri di eccellenza, in Italia e in Europa (come quelli di Bari, Napoli e Hannover) sono dotati di vasche e canali sperimentali dove si simulano, in condizioni controllate, vento e moto ondoso. Questi ambienti permettono di testare prototipi in scala degli impianti, valutandone la risposta alle sollecitazioni marine. Tuttavia, ha chiarito, queste infrastrutture presentano limiti strutturali che non consentono di riprodurre fedelmente le condizioni del mare aperto. I modelli utilizzati, ridotti fino a 50 o 100 volte rispetto alle dimensioni reali, non riescono a catturare pienamente le dinamiche complesse e le interazioni fluido-struttura che si manifestano negli impianti di grandi dimensioni. Questo crea un divario tra sperimentazione e realtà operativa. Per affrontare le sfide ingegneristiche dell’eolico offshore in modo efficace, Filianoti ha invocato un cambio di paradigma nella progettazione: servono nuovi strumenti, metodi e infrastrutture capaci di supportare modelli più realistici, anche attraverso l’integrazione tra sperimentazione fisica e simulazione numerica avanzata. Solo così sarà possibile ridurre i margini di incertezza, migliorare la resa energetica degli impianti e garantire la loro sostenibilità nel tempo.
Alessandro Corsini, professore dell’Università La Sapienza di Roma e membro di OWEMES, ha evidenziato come lo sviluppo dell’eolico offshore non debba essere visto soltanto come un’opportunità per produrre energia rinnovabile, ma come una leva strategica per costruire competenze, conoscenza e coesione territoriale. Secondo l’ing. meccanico, uno degli aspetti cruciali è la gestione trasparente e condivisa dei dati generati dai progetti offshore. Queste informazioni – ambientali, tecniche, economiche – non possono restare patrimonio esclusivo degli operatori privati, ma devono essere affidate a un ente pubblico con ruolo strategico, in grado di garantire accesso e supervisione. «Parliamo di porzioni di mare e di coste – ha ricordato – che la collettività decide di destinare a un uso specifico, rinunciando ad altri. È quindi giusto che la gestione delle informazioni sia pubblica e accessibile». Ha poi citato l’esempio francese del porto di Port-La Rochelle, trasformato in un polo logistico per l’eolico galleggiante, primo caso di interportualità nel Mediterraneo. Questo modello dimostra che un’infrastruttura ben organizzata può diventare motore di sviluppo industriale e occupazionale, creando sinergie tra settori e territori. Corsini ha anche fatto notare che, a differenza del fotovoltaico o dell’eolico terrestre, che in Europa non hanno generato una filiera produttiva solida, l’offshore rappresenta una concreta occasione per costruire un ecosistema industriale europeo, con ricadute durature in termini di occupazione qualificata, innovazione e competitività.
Tuttavia, ha avvertito, per cogliere questa opportunità serve un deciso aggiornamento delle politiche pubbliche e della comunicazione istituzionale: non si può più agire secondo i modelli del passato. Serve un approccio strategico, moderno e integrato, che riconosca il valore sistemico dell’eolico offshore, non solo per l’ambiente, ma per l’intera struttura economica e sociale dei territori coinvolti.
La tavola rotonda dedicata all’energia pulita da fonti rinnovabili offshore ha restituito un quadro articolato e denso di riflessioni, nel quale è emersa con forza la consapevolezza che la transizione energetica rappresenta una sfida epocale ma anche un’opportunità storica, soprattutto per il Mezzogiorno. Da più voci (accademiche, scientifiche, istituzionali) è pervenuta la richiesta di superare approcci frammentari e autoreferenziali, in favore di una governance integrata, capace di unire competenze tecniche, pianificazione territoriale, innovazione industriale e tutela ambientale. Non si tratta solo di impianti eolici, ma di ripensare il rapporto tra uomo, mare e territorio, facendo del Mediterraneo un laboratorio avanzato di sostenibilità e sviluppo. La necessità di investire nella conoscenza scientifica (attraverso tecnologie avanzate come la telemetria acustica o la modellazione sperimentale) si accompagna all’urgenza di creare una filiera industriale solida, pubblicamente regolata e territorialmente radicata, che garantisca trasparenza, inclusione e vantaggi concreti per le comunità locali. Allo stesso tempo, è emersa la richiesta di una regia istituzionale più forte e competente, in grado di guidare la pianificazione degli spazi marittimi e di affrontare le criticità infrastrutturali, logistiche e normative che oggi rallentano lo sviluppo del settore. In definitiva, l’eolico offshore può essere molto più di una tecnologia energetica: può diventare un volano di rinascita economica e occupazionale, soprattutto al Sud, a condizione che si costruiscano alleanze strategiche tra ricerca, impresa e politica, capaci di guardare lontano e pensare in grande.



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