Nel pomeriggio del 24 novembre, i lavori della XXXIV Rassegna del Mare sono proseguiti con una tavola rotonda dal taglio tecnico e al tempo stesso fortemente proiettata verso il futuro: “Cause del declino e riflessioni sul futuro della pesca in Italia e in Sicilia”, con un focus particolare sul consumo delle risorse ittiche “dimenticate” e aliene, in chiave di valorizzazione commerciale e sostenibilità. Un confronto aperto e multidisciplinare che ha posto al centro le criticità strutturali del settore ittico, ma anche le possibilità concrete di rilancio attraverso l’innovazione, la diversificazione e una nuova cultura del consumo. A emergere con forza è stata la necessità di ripensare i modelli economici e culturali legati alla pesca, riconoscendo il valore delle specie meno sfruttate e delle risorse aliene, non come minacce ma come opportunità di adattamento responsabile ai cambiamenti in atto.
Ha aperto i lavori della tavola rotonda il dott. Giovanni Basciano (AGCI Agrital Sicilia), offrendo una sintesi chiara e immediata dello stato di crisi che attraversa il comparto della pesca.
Subito dopo, Natale Amoroso (presidente di AIC Pesca) ha acceso i riflettori su una delle questioni più urgenti: il ricambio generazionale nel settore. «Un tempo – ha ricordato – il legame tra i giovani e il mare era spontaneo e vitale. Trent’anni fa – ha osservato – non mancavano marinai: i ragazzi sceglievano con entusiasmo la pesca come mestiere». Oggi, invece, ostacoli burocratici, vincoli normativi e un contesto sociale profondamente cambiato rendono questo percorso sempre più difficile e poco attrattivo. Amoroso ha descritto con precisione le lungaggini che frenano l’accesso alla professione: se in passato si iniziava a navigare a 16 anni e si diventava operativi in due, oggi tra corsi, praticantati e inevitabili periodi di inattività, si arriva all’abilitazione intorno ai 25-26 anni. Un ritardo che mal si concilia con le necessità delle imprese, sempre più in difficoltà nel reperire manodopera qualificata. Il presidente di AIC Pesca ha quindi allargato lo sguardo, invitando a leggere il problema del ricambio generazionale non come un’emergenza locale, ma come una questione strutturale di rilevanza nazionale. A suo avviso, servono strategie condivise e un lavoro sinergico tra ministeri, enti formativi e associazioni di categoria. «Se non si interviene con decisione – ha avvertito – e non si eliminano quegli ostacoli che scoraggiano i giovani a intraprendere questo mestiere, il rischio concreto è che senza un ricambio generazionale il settore della pesca potrebbe andare incontro a un graduale svuotamento di competenze e forze nuove».
Il prof. Franco Andaloro ha offerto un intervento lucido e critico, riconoscendo con onestà intellettuale il fallimento di decenni di politiche e programmazione sulla pesca, cui lui stesso ha contribuito come ricercatore. Ha evidenziato come l’approccio adottato in Italia e in molti Paesi mediterranei, mutuato da modelli nordici e centrato sul concetto del Maximum Sustainable Yield, si sia rivelato inadeguato per un mare come il Mediterraneo: fragile, poco produttivo e segnato da equilibri ecologici delicati. Secondo l’ecologo marino, questa visione ha portato al dimezzamento della flotta italiana e alla marginalizzazione del mestiere del pescatore, senza reali benefici in termini di sostenibilità o recupero degli stock ittici. Ha criticato le associazioni di categoria per aver puntato più su deroghe e sussidi che su innovazione e visione strategica. A mancare, ha concluso, è stato un vero approccio ecosistemico alla gestione della pesca, come richiesto dalla FAO già nel 2001 con la Reykjavik Declaration, che tenga conto dell’interazione tra fattori ambientali, cambiamenti climatici, inquinamento, acidificazione, microplastiche e pressione antropica. Il prof. Andaloro ha evidenziato come il Mediterraneo stia già pagando il prezzo di un equilibrio spezzato: l’alterazione delle catene trofiche e il crollo del pesce azzurro nello Stretto di Sicilia sono segnali tangibili di un ecosistema sotto pressione. A questa crisi ecologica si somma quella sociale ed economica, aggravata dalla diffusione del bracconaggio e della pesca illegale – soprattutto nel Mezzogiorno – dove, ha denunciato, i pescatori irregolari superano ormai quelli autorizzati, danneggiando chi lavora nel rispetto delle regole. Il suo intervento si è chiuso con un forte monito: oggi la pesca professionale si trova nel mezzo di una “tempesta perfetta”, stretta tra la crisi ambientale e l’accaparramento degli spazi marittimi da parte di grandi interessi energetici e infrastrutturali. Un processo, ha detto, che spesso esclude i territori e procede senza una vera pianificazione condivisa.
La biologa marina Lucrezia Cilenti ha illustrato gli esiti preliminari del progetto europeo BRAVE, sviluppato nell’ambito del programma Biodiversity+ e orientato alla sperimentazione di soluzioni basate sulla natura (Nature-Based Solutions) per contrastare la diffusione delle specie aliene invasive e favorire il recupero degli ecosistemi acquatici. Nel suo intervento ha tracciato un quadro complesso e realistico delle difficoltà che attraversano oggi la pesca mediterranea: non si tratta solo del depauperamento delle risorse ittiche, ma di una crisi sistemica alimentata da molteplici fattori. Ai cambiamenti climatici e all’aumento dei costi energetici si sommano la trasformazione delle abitudini di consumo e la rapida proliferazione di specie esotiche invasive come il granchio blu, il pesce scorpione e il pesce palla, ormai largamente presenti anche nelle acque siciliane. «Queste specie – ha sottolineato – non rappresentano solo una minaccia per la biodiversità, ma compromettono l’equilibrio ecologico e l’economia costiera, danneggiando gli attrezzi da pesca, riducendo le catture tradizionali e innescando tensioni tra categorie di operatori locali». Il progetto BRAVE, frutto della collaborazione tra università e centri di ricerca di Italia, Danimarca, Svezia, Norvegia e Portogallo, si propone di indagare modalità innovative e sostenibili per la gestione delle specie aliene invasive, trasformando una minaccia ambientale in una possibile risorsa economica. L’idea è quella di sviluppare strategie di raccolta selettiva e valorizzazione commerciale – ad esempio in ambito gastronomico o industriale – capaci di ridurre l’impatto di queste specie sugli ecosistemi, generando al contempo opportunità per le comunità costiere. La biologa marina Cilenti ha però evidenziato che ogni azione sul campo comporta inevitabili scelte, compromessi e valutazioni di sostenibilità, che devono tener conto non solo degli aspetti ecologici, ma anche delle ricadute economiche, normative e sociali. «Per trovare soluzioni efficaci – ha affermato – serve un approccio realmente integrato, che metta in dialogo scienza, politica e società. Occorre parlare con chi vive il mare ogni giorno: i pescatori, gli operatori locali, gli amministratori e i ricercatori. Solo così – ha concluso – si potranno costruire risposte condivise, concrete e durature».
Su un fronte complementare, Antonio Di Natale (Acquastudio Research Institute) ha puntato il dito sulla scarsa trasparenza nella raccolta dei dati sulla pesca, uno dei nodi irrisolti che continuano a minare la credibilità dell’Italia in sede europea. Ha denunciato omissioni e distorsioni nei dati relativi agli stock ittici, arrivando a definire questa opacità una “zona d’ombra” che pesa sulle decisioni politiche e scientifiche. In particolare, ha ricordato come l’Italia abbia sospeso per due anni la raccolta dei dati su pelagici e altre specie, in violazione delle normative europee, impedendo valutazioni scientifiche accurate da parte delle organizzazioni internazionali. Il ricercatore ha denunciato con fermezza una delle criticità più gravi del sistema pesca italiano: la sospensione, per ben due anni, della raccolta dei dati scientifici su pesci pelagici e altre specie, in violazione del Regolamento europeo sul Data Collection Framework. Un vuoto informativo che, ha sottolineato, ha provocato danni non riparabili: «i dati perduti non si possono ricostruire», con gravi conseguenze sulla possibilità di valutare correttamente lo stato delle risorse e pianificare strategie sostenibili. Ma il problema, ha chiarito, va oltre il singolo episodio: riflette una mentalità più ampia, fatta di scorciatoie e opacità, che definisce come «furbizia amministrativa». Un atteggiamento che, sebbene possa apparire conveniente nel breve termine, danneggia profondamente l’intero comparto nei contesti europei. «Al tavolo europeo – ha concluso – non vince chi elude le regole: chi gioca sporco indebolisce il Paese e toglie forza alla sua flotta».
A chiudere la tavola rotonda è stato Ignazio Monterosso, del Dipartimento della Pesca Mediterranea della Regione Siciliana, che ha evidenziato l’urgenza di rafforzare il dialogo tra imprese, rappresentanze di categoria e istituzioni. Solo attraverso un lavoro condiviso – ha sottolineato – sarà possibile rendere i bandi più efficaci, accessibili e realmente utili per sostenere il comparto della pesca, trasformandoli da semplici strumenti amministrativi in leve concrete di sviluppo.



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